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Approfondimenti


Alvaro De Sinto
Vacanze in campagna

Si pubblica in questa sede per la prima volta dopo circa 60 anni, una novella di Alvaro De Sinto (pseudonimo di Renato Savoldi ed anagramma del suo nome), conservata in forma di dattiloscritto. Savoldi, appassionato di letteratura e uomo di vaste letture, scrisse in gioventù numerose novelle, pubblicate su giornali e riviste durante la II Guerra Mondiale, dei quali s'è persa traccia. Nel racconto si assiste ai conflitti irrisolti di un adolescente borghese innamoratosi di una ragazza di campagna, ma incapace di confessarlo a se stesso, al punto di gioire per la risoluzione della ragazza nello sposare un antico pretendente.

Si aveva lavorato tutto quel giorno nei campi alla raccolta del grano. Al tramonto, mentre il sole se ne andava dietro la montagna, il lavoro era stato interrotto in attesa dei carri che avrebbero trasportato alla fattoria i grossi covoni di messi. Noi ragazzi, come per tacita intesa ci eravamo riuniti discosti dagli adulti, abbandonandoci al gioco. Tutti, anche le donne, le ragazze ed i più piccoli, avevano trascorsa una giornata di fatiche. Ma mentre i grandi si raccoglievano in conversazioni quiete, noi ragazzi si sfogava in salti e capriole l'irrequietezza che ancora ci restava.

C'erano parecchie ragazze anche, e non poche le iniziative scherzose che noi maschi indirizzavamo ad esse. I più grandicelli non mancavano di qualche aperta seppure ingenua simpatia particolare. Io non ero rimasto indietro come intraprendenza e mi piaceva accarezzare con lo sguardo una bella fanciulletta bruna, dal colorito fresco, dai lineamenti ben modellati. Non era di una bellezza eccezionale, ma la limpidezza degli sguardi la grazia dei suoi movimenti, le donavano un aspetto assai attraente nonostante l'età ancora verdissima.

Si chiamava Annita.

Nel giocare, mentre la si rincorreva veloce sui prati molli ed umidi, era stata urtata da una compagna, era caduta rotolandosi un poco nelle erbe e suscitando le gioiose risate dei compagni. Chissà perché il riso dei coetanei le era apparso sfacciato: si era rialzata come corrucciata scrollandosi svelta le vesti poi, dopo aver fissato un momento quelli che riprendevano i giochi indifferenti, si era slanciata a corsa veloce, allontanandosi dietro un filare di gelsi.

La ritrovammo buttata su de' covoni di grano ammucchiati in attesa del trasporto alla fattoria. Si era distesa con la testa all'aria, con un braccio passato fra i riccioli scuri ed il giallo tiepido del grano. Aveva una pagliuzza fra le labbra e tritava con le dita una spiga dorata, raccogliendo nel palmo della mano i chicchi turgidi ed odorosi del frumento.

Gli altri non persero tempo presso di lei: riusciti vani i tentativi di riaverla ai giochi, si erano allontanati. Io ero restato e mi ero disteso sui covoni dalla parte opposta alla sua, senza rumore, cercando una posizione che mi consentisse di osservarla senza recarle noia.

C'era in lei qualche cosa che mi attirava, ma temevo di essere indiscreto nel fissare le mie pupille su di lei in modo palese.

Era quasi immobile, in un atteggiamento di abbandono inquieto e pungente. Mi aveva visto e mi si volse con un sorriso incerto che mi incoraggiò a parlare. Ma lei eludeva le mie domande; forse si era accorta di un leggero tremito nella mia voce. Il suo sguardo vagava lontano e il profilo della sua persona mi risaltava quasi irreale nella luce del giorno che si andava spegnendo.

Poi, scosse bruscamente la testa buttando all'aria i riccioli e mi si piantò arditamente di fronte. Aveva un'espressione tormentata ed il volto le si atteggiava ad una piega di malinconia.

Mi avvicinai al suo volto fin quasi a percepire il calore delle guance. Avrei voluto parlare, toglierla dalla malinconia in cui sembrava caduta, ma mi sentivo terribilmente impacciato. Non mi era mai capitato di impappinarmi a quel modo – ché altrimenti non poteva essere definita quell'ansia di parlare mentre senza che niente intervenisse materialmente ad impedirlo, non riuscivo a trarre alcun suono dalla gola. Soltanto il respiro si era fatto più pesante.

A trarmi da quella situazione capitò un rumore di passi, un'ombra che passava dietro il filare di gelsi. Un contadino con una grossa falce sulle spalle. Mi sentivo a miglior agio, potendo liberare lo sguardo sulla morbida flessuosità del suo corpo, sulle sue chiome, sulle carni abbronzate senza incontrare le sue pupille che tagliavano le mie come due lame d'acciaio, obbligandole a deviare.

Eravamo giovani. Il momento d'incertezza venne presto superato e rotto dalle voci che ritrovarono lo smalto e la vivacità solita.

Annita incominciò a parlare. A parlare di se stessa, con frasi serrate e taglienti come volesse sfogarsi, come per un bisogno intimo di confidenza.

Mi disse che si sentiva stanca, ma non dei giochi, dei compagni e della loro esuberanza. Era stanca del suo modo di vivere, delle sue giornate di campagna. Avrebbe voluto essere in un mondo diverso, in una città dove si potesse vivere e sentirsi in mezzo a qualche cosa di più variato.

Anch'io ero giovane come lei, ma non so perché, fin da allora, le sue parole mi sembrarono tanto lontane dal buon senso. Forse avevo già chiara percezione di quanto fosse sciocca la vita in città, in ambienti perlopiù mediocri, dove ci si sentiva piccoli e sperduti nel ritmo intenso e senza respiro di un lavoro monotono.

Così cercai di obiettare le mie ragioni alle sue. Ma quando parlavo io la sua mente sembrava lontana, librata in un galoppo sfrenato della fantasia.

A poco a poco le mie parole si smorzarono e ritornò il silenzio.

Col silenzio riaffiorarono le sensazioni che soltanto apparentemente si erano dissolte.

Cercai di sostituire il mio braccio al suo sotto la testa che s'adagiava morbida su un fascio di spighe. Il contatto della mia persona la scosse e si alzò in piedi.

Risuonò vicino il rumore dei carri che si avvicinavano alle messi. Il lavoro riprese accelerato. I covoni andarono a cadere con rumore sordo sugli assiti dei traini e presto si ersero in grosse pile. I carri si incamminarono poco dopo, lenti e quasi solenni verso la fattoria.

Tutti tornavano alla casa. Annita camminava in disparte con la testa bassa ed io altrettanto. Mi rimuginavo le parole di lei e soffrivo di quel suo modo di pensare. A tratti pensavo di fuggirla, lontano: ma quel pensiero mi era ancora più amaro degli altri e non potevo ammetterlo.

Passarono altri giorni ed i nostri rapporti non cambiarono di molto. Mi sentivo sempre più avvinto dalla fresca vivacità delle sue grazie nonostante la sempre più sentita divergenza dei pensieri. Dire che io mi sentivo felice quando potevo lasciare la città assordante per rifugiarmi nelle braccia accoglienti di quella gente di campagna!

L'estate trascorse veloce, arrivò l'autunno ed io, che in campagna mi ero recato per trascorrere le vacanze, dovetti tornare alla mia casa di città.

Tornai con un grosso nodo alla gola. Il pensiero di Annita non mi lasciava nemmeno nell'ansito freddo della vita cittadina.

Soltanto gli studi riuscirono ad alleviarmi più tardi la nostalgia del mondo caro della campagna.

Passò del tempo.

In campagna non tornai più per le vacanze. Diverse vicende erano venute a cambiare il tenore di vita della mia famiglia. Non rividi Annita e nemmeno ebbi più sue notizie. Mi sarei anche convinto di averla dimenticata, se non fosse restato di lei qualche cosa di indefinibile ma di acuto in fondo al mio animo.

Avevo conosciuto in seguito altre donne e una quantità de' sogni belli dell'infanzia si erano infranti al contatto della vita cruda, che si rivela rude ne' suoi aspetti realistici.

Un giorno, improvvisamente, in un'affollata vettura tranviaria mi ritrovai davanti Annita. Vederla in città mi suscitò più amarezza che sorpresa. Era molto cambiata, ci volle anzi tutta la precisione del mio ricordo per essere ben sicuro di non sbagliarmi.

Fissava gli occhi oltre il cristallo del finestrino ed aveva sul volto un'espressione di grande apatia. Vestiva con una certa ricercatezza, aveva le labbra scarlatte, ma era ben lontana da quello che chiamiamo comunemente il senso dell'eleganza. L'eleganza non è che un prodotto della semplicità e del buon gusto: due fattori ai quali non giungeranno mai quelli che si sforzano di vivere in un mondo per il quale non sono nati.

E mi sembrava fossero proprio le ricercatezze stracittadine ad aver ucciso, sperduto in lei i pregi che mi avevano tanto colpito un tempo.

Non osai avvicinarla. Quando mi accorsi che la sua testa si era girata verso di me e dopo un breve accenno a ritornare nella posizione primitiva, mi sentii addosso i suoi sguardi, finsi di non vederla e di essere indifferente. Ma era un contegno nel quale non potevo persistere ed alla prima fermata abbandonai la vettura.

Nemmeno all'aria libera riuscii a calmare la mia eccitazione. Un tormento che mi durò a lungo.

Passarono altri giorni, altri mesi, finché una sera mi ritrovai di fronte la ragazza.

Era una giornata piovosa d'ottobre. Non c'è niente di più triste ed uggioso della pioggia fine che rimbalza inutilmente sui lastroni delle strade, sugli stipiti delle case, sugli indumenti di povere tante persone che deambulano frettolose ed inquiete in quelle giornate grigie.

Annita era penetrata nell'atrio della mia stessa casa. Nell'aspetto era assai diversa da quanto avevo osservato non molto tempo prima: non aveva più tracce di bistro e di rossetto, vestiva con semplicità. Pallida; sembrava triste ma aveva nelle pupille scure una luce che rilevai subito, forse perché costituiva un contrasto evidente con lo scenario pesante della giornata.

Non saprei dire con esattezza come rimasi io. Lei mi si mosse incontro disinvolta con un sorriso leggero. Stesi la mia destra mormorando qualche sciocca comunissima frase, di quelle frasi cosiddette di circostanza. Ma non percepii né le mie né le sue parole. La mia mente volava alla quieta sera del giugno lontano, con una vivacità incredibile.

La voce di Annita mi scosse con accento dolce.

“Sono venuta a salutarti. Mi perdonerai, vero, se mi sono presa questa confidenza? Tanto tempo è trascorso da quelle vacanze tue alla mia casa. Tu sei molto cambiato e non so io stessa come mi sono decisa a cercarti. Ma siccome mi è ancora vivo il ricordo di quanto mi dicesti una di quelle sere lontane, vorrei...”

A questa pausa io mi scossi per davvero e ritrovai la mia freddezza. Avevo passato tanto tempo nutrendo inconfessabile il desiderio di rivedere, di riparlare ad Annita. Ma ritrovarmela così era stato come richiamarmi ad una realtà insospettata e dura. La diversità dei nostri due esseri mi apparve in tutta la sua evidenza e mi causò un moto di timore. Quando si raggiunge una cosa troppo desiderata per lungo tempo, difficilmente essa ci riesce pienamente gradita ed è tale da ripagare intimamente il pesante sacrificio del lungo desiderio.

Passata l'esaltazione, il contatto con la realtà dello scopo è freddo, talvolta vuoto o di una pochezza indicibile. Come il brusco risveglio da un sogno troppo audace.

Io ebbi forse l'intuizione di tutto questo, mentre mormoravo qualche monosillabo inconsistente e cercavo di trarmi dalla situazione che si faceva sempre più imbarazzante. Ma mentre mi arrabattavo a cercare delle parole per un'autodifesa di cui nemmeno io comprendevo l'opportunità vera, Annita riprese con uno scatto brusco:

“Ricordi Menico?”

“Menico?” ribattei io, accusando un nuovo senso di disorientamento all'imprevisto cambiamento del discorso. “Che c'entra Menico?”

“Il figlio di Giovanni, il tuo vecchio compagno di giochi.”

Ricordai allora la figura di un contadinello che mi era stata cara in quelle vacanze d'un tempo. Nel mio povero cervello si aprì una felice schiarita: rammentai episodi fino allora inconsiderati. Menico già allora dimostrava qualcosa di più di una simpatia ad Annita. Come non me ne ero accorto?

Le parole della ragazza me lo confermarono.

“Mi voleva bene fino da allora. Ma io avevo visto te e mi era venuto il desiderio di vivere lontano da quella gente di campagna, da quella povera terra. Quando Menico, in seguito, mi domandò di amarlo, non mi riuscì di ascoltarlo. Scappai in questa tua città, in un laboratorio di sartoria di una conoscente e credevo davvero di aver fatto un grande miglioramento.”

Ero passato e passavo da uno stato di stupore all'altro. Dovevo avere un'espressione ben curiosa.

“Sono venuta a salutarti – riprese Annita – Ti sarà difficile, forse comprendermi. Ma le tue parole di un giorno sono ancora vive in me. Allora non mi avevano convinta e sono venuta qui dove tu vivi, dove credevo di dover vivere. Non voglio annoiarti: ti confesso solo che scappo mentre sono ancora in tempo. Fino ad oggi mi è riuscito mantenermi la piccola onesta Annita che tu hai conosciuto; mi è riuscito. Non so come potrebbe essere domani: troppe insidie mi stanno intorno. Menico è tornato da me ed io sono stata, stavolta, fin troppo felice di accettare. Ma prima di tornare laggiù per restarci sempre, ho voluto rivederti. Non andare, ti prego, a ricercarne i motivi: nemmeno io li so spiegare bene. Volevo soltanto...”

Come per un effetto straordinario, il mio cuore si andava aprendo ad una gioia sincera che mi avvinceva sempre più alle parole di lei.

“Volevo dirti che sono ancora la ragazza che tu volevi e mi auguravi di essere. Dopo l'incontro sul tram non so che cosa potevi aver pensato di me, ecco. Addio Mario...”

Così dicendo si svincolò dalla stretta in cui era rimasta la sua mano nella mia e scivolò oltre il portone, perdendosi nella strada.

Ritornava alla sua casa, ritornava ad essere la fanciulla che...Basta. Inutile continuare.

Mi sentivo una gioia nuova e limpidissima. Salii di corsa la scale di casa e mi trovai abbracciato alla prima persona – mia madre – che mi ero trovato davanti, che mi aveva aperta la porta, che mi guardava semiesterrefatta, senza capire quella mia improvvisa crisi di gioia.


casino di caccia Canaletta

Uno studio di Dario Agazzi, facsimile dal manoscritto, sugli alberi secolari del casino di caccia "Canaletta" a Nembro

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Catalogo delle bobine del Comm. Renato Savoldi

Questo catalogo ragionato sul corpus delle bobine girate da Renato Savoldi a partire dagli anni Cinquanta sino agli anni Settanta, consta di un elenco redatto da Dario Agazzi a partire dalle etichettature originali apposte sui contenitori delle pellicole.

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Renato Savoldi, appassionato di fotografia e film, ha realizzato e montato fra gli anni Cinquanta e Settanta numerosi filmini, dei quali si propone qui un piccolo estratto, digitalizzato da Giulia Vallicelli e musicato da Dario Agazzi. Si tratta di una battuta di caccia nel pavese, cui Savoldi (cacciatore egli stesso) partecipò nel 1968, in veste di regista.

Renato Savoldi, CACCIA PAVESE 1968
digitalizzazione della pellicola in 8 mm di Giulia Vallicelli
musica di Dario Agazzi, “Caccia a 4 piste (esperimento magnetofonico)”



Dario Agazzi “Caccia a 4 piste (esperimento magnetofonico)” 2015 – facsimile dal manoscritto originale dell'autore.

Il lavoro – preesistente al film – commenta un estratto di filmino girato in 8 mm da Renato Savoldi e digitalizzato da Giulia Vallicelli. Si tratta di una “Caccia pavese” del 1968 cui Savoldi prese parte in veste di regista, qui proposto in un frammento della durata di poco più di due minuti.
Questa partitura è un lavoro per nastro magnetico che utilizza strumenti sintetici midi. La “caccia” è un'antica forma imitativa che raggiunse il più perfetto sviluppo in Italia durante l'Ars Nova (circa 1300); i compositori vi trattarono dapprima temi di caccia, poi soggetti vivaci, bizzarri e scherzosi. Si trattava di un canone rigoroso a due voci (un tema “caccia” l'altro) all'unisono o all'ottava, con o senza una terza parte (strumentale) che non prendeva parte al canone.
Tre delle quattro piste magnetiche propongono qui un'imitazione di vari strumenti astratti che espongono un frase frammentaria dissonante e scalena, ripresa da tutti. La quarta pista del nastro espone i suoni degli spari di fucile, con una loro frase che non prende parte al canone – rigorosamente scritta in notazione ed autonoma.

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Renato Savoldi, IL CASINO DI CACCIA NEGLI ANNI SESSANTA
digitalizzazione della pellicola in 8 mm di Giulia Castelletti e Alessandra Beltrame (Cinescatti, Lab80)
musica di Dario Agazzi, “D-I-V-E-R-T-I-M-E-N-T-O per suoni elettroacustici”



Dario Agazzi “D-I-V-E-R-T-I-M-E-N-T-O per suoni elettroacustici” 2016 – facsimile dal manoscritto originale dell'autore.

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Renato Savoldi, SELVINO NEGLI ANNI CINQUANTA
digitalizzazione della pellicola in 8 mm di Giulia Castelletti e Alessandra Beltrame (Cinescatti, Lab80)
musica di Dario Agazzi, “A-R-R-I-V-E-D-E-R-C-I-S(elvino) per suoni elettroacustici”



Dario Agazzi “A-R-R-I-V-E-D-E-R-C-I-S(elvino) per suoni elettroacustici” 2016 – facsimile dal manoscritto originale dell'autore.

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Renato Savoldi, VILLA TADINI-SAVOLDI A BREGANZE (VICENZA) NEL 1958
digitalizzazione della pellicola in 8 mm di Giulia Castelletti e Alessandra Beltrame (Cinescatti, Lab80)
musica di Dario Agazzi, “SU DI UNA SERIE DI CARLO JACHINO per suoni elettroacustici”



Dario Agazzi “SU DI UNA SERIE DI CARLO JACHINO per suoni elettroacustici” 2017 – facsimile dal manoscritto originale dell'autore.

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